Numero 1 di 22 · 25 giugno 2026

Diritti al punto

Care Lettrici e Cari Lettori, Lo scorso 19 maggio, a Roma, si è tenuto un incontro sulla crisi umanitaria in Sudan . Gli ospiti, tra cui la giornalista...

Editoriale

Editoriale

Care Lettrici e Cari Lettori,

Lo scorso 19 maggio, a Roma, si è tenuto un incontro sulla crisi umanitaria in Sudan . Gli ospiti, tra cui la giornalista Antonella Napoli, l’attivista e portavoce della comunità Sudanese in Italia, Adambosh Nor M., il giornalista Luciano Bertozzi e Ilaria Masinara di Amnesty, hanno raccontato la grave situazione dei diritti umani in Sudan, specialmente dall’aprile 2023, quando sono iniziati gli scontri tra l’esercito regolare Sudanese e le forze di supporto rapido. Le Nazioni Unite hanno definito il conflitto “la peggiore crisi umanitaria del mondo” che conta 12 milioni di sfollati.

Dagli inizi del 2026, è in corso a Cuba una crisi energetica, alimentare e sociale. Blackout continui e mancanza di carburante, oltre a farmaci e generi alimentari di prima necessità che scarseggiano. Il paese è quasi al collasso, conseguenza delle sanzioni e dell’embargo commerciale imposti dagli Stati Uniti. Il rapporto Amnesty 2026, oltre ad evidenziare la lesione dei diritti economici, sociali e culturali, denuncia una sistematica politica di repressione, casi di detenzione arbitraria e di tortura a danno dei prigionieri politici.

Il 2025 “sarà ricordato per i suoi bulli e i predatori”. “Voraci predatori hanno braccato i nostri beni comuni globali, mentre l’ordine internazionale nato dopo il 1948 subisce un assalto diretto alle fondamenta dei diritti umani, condotto da Stati potenti, grandi aziende e movimenti anti-diritti per controllo, impunità e profitto.” Con queste parole, la Segretaria Generale di Amnesty International, Agnès Callamard, apre il Rapporto Amnesty 2026 . Una fotografia dello stato dei diritti umani nel mondo, un documento “denuncia” di gravi violazioni di quei diritti, ma anche uno strumento da consultare ogni volta che una notizia chiede contesto e approfondimento.

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Articolo 1

Perché oggi è così importante parlare del Sudan?

Amnesty International è un movimento globale che denuncia le violazioni dei diritti umani nel mondo attraverso la ricerca e l’azione. Ogni luogo in cui si consuma un conflitto o in cui vi sono situazioni dove i diritti umani vengono violati, è importante allo stesso modo. Per questo, Amnesty lavora e si attiva affinché nessun conflitto passi in secondo piano e nessun paese sia dimenticato. Negli ultimi mesi, il Sudan è diventato il luogo di una delle più gravi crisi umanitarie degli ultimi decenni, il conflitto, degenerato a partire dal 2023, ha segnato profondamente la popolazione civile che ha subito le conseguenze di gravi violazioni dei diritti umani. L’attenzione dei media verso il conflitto in Ucraina e la crisi in Medio Oriente ha portato ad un oscuramento della situazione in Sudan, con un conseguente abbassamento dell’attenzione sul paese. Secondo War Watch , attualmente al mondo ci sono 34 conflitti armati internazionali e più di 50 guerre civili. Accendere un faro sulle crisi umanitarie di cui si parla poco e sensibilizzare la società civile e la comunità internazionale all’azione, per denunciare e fermare le violazioni dei diritti umani, è parte della missione di Amnesty International.

Lo scorso 19 maggio a Roma, presso lo spazio Spin Time, si è tenuto un incontro sul Sudan, dal titolo “La guerra in Sudan. Arrivano le armi ma non il cibo” organizzato da alcuni gruppi Amnesty di Roma, in collaborazione con il Coordinamento Africa centrale e orientale. Obiettivo dell’incontro, alzare l’attenzione su quanto sta accadendo nel paese e sulle sofferenze dei civili. Tra gli ospiti, Antonella Napoli , giornalista e analista di questioni internazionali e Direttrice della rivista “Focus on Africa”. Antonella Napoli si occupa di Sudan da diversi anni, in occasione di uno dei suoi viaggi nel paese, ha realizzato un reportage per tv2000 e scritto articoli per La Repubblica, quando di Sudan si sapeva poco e niente. Nel suo intervento, ha ripercorso la storia del paese soffermandosi sui momenti cruciali del conflitto, in particolare la fase successiva al golpe del 2021, quando viene rimosso il governo civile democratico, nato al termine della rivoluzione e guidato dal Primo Ministro Abdallah Hamdok, e viene stabilito un regime militare. Da quel momento iniziano degli attriti tra le due fazioni militari, le forze armate Sudanesi guidate dal Generale Al Burhan e le forze di supporto rapido (RSF – Rapid Support Forces) guidate da Mohamed Hamdan Dagalo, detto Hemetti. Una vera e propria lotta al potere che porta, nel 2023, ad un’intensificazione degli scontri e all’inizio di una nuova fase della guerra che dura tutt’ora con le conseguenze che conosciamo. Antonella Napoli ricorda il massacro nel campo profughi di Zamzam, in Darfur, compiuto dai paramilitari delle RSF nell’aprile 2025. Su questo attacco, Amnesty International ha condotto un’ indagine , da cui è emerso che le azioni commesse dalle RSF costituiscono dei crimini di guerra. Dalle ricerche condotte sul campo e dalle interviste ai testimoni sopravvissuti, tra cui parenti delle vittime, giornalisti, analisti e personale medico presente sul posto, è emerso che i membri delle RSF hanno commesso attacchi indiscriminati ai civili, presa di ostaggi, saccheggi e distruzioni di obiettivi civili, tra cui case e scuole. Agnès Callamard, segretaria generale di Amnesty International, ha dichiarato che l’attacco al campo da parte delle milizie delle RSF, “non è stata un’azione isolata, bensì parte integrante della campagna delle RSF contro i villaggi e i campi per persone sfollate”.

All’intervento di Antonella Napoli è seguito quello di Adambosh Nor M., portavoce della comunità Sudanese, Mediatore ed attivista. Adambosh ha cercato di rispondere ad un interrogativo importante: da che parte sono i Sudanesi? Questione difficile e controversa. Una parte della popolazione sudanese vorrebbe stare dalla parte delle forze armate Sudanesi, riconoscendo nell’esercito dello Stato una forma di autorità e tutela, ma che nella realtà non si manifesta. Adambosh si è soffermato infine sul ruolo della diaspora sudanese. Le testimonianze e la voce del popolo sudanese, con il supporto di organizzazioni locali, tra cui Comunità di Sant’Egidio, Amnesty e Baobab, sono un importante contributo alle campagne di informazione e sensibilizzazione sulla crisi umanitaria in Sudan. Spinoso anche il tema degli aiuti umanitari. Parte di questi aiuti sono diretti e provengono dai paesi africani di emigrazione, tra cui Ciad, Egitto ed Etiopia. L’assistenza umanitaria internazionale, invece, ha subito una drastica diminuzione, sia per l’emergere di nuove crisi (Gaza, Medio Oriente), sia per la scelta di alcuni paesi principali finanziatori, come gli Stati Uniti, di ridurre drasticamente i fondi destinati alle crisi umanitarie.

Presente all’incontro a Roma, anche Luciano Bertozzi , giornalista freelance, collabora con Focus on Africa e l’Istituto Ricerche Internazionali Archivio Disarmo, che ha parlato del problema persistente dei bambini soldato, della presenza dei mercenari e, a suo avviso, degli scarsi risultati della Conferenza di pace sul Sudan che si è tenuta a Berlino lo scorso aprile.

Ilaria Masinara , Responsabile Campagne Amnesty Italia, ha concluso il ciclo di interventi, soffermandosi sul rapporto Amnesty 2026 , appena pubblicato, sulla situazione dei diritti umani nel mondo, e sull’impegno di Amnesty per il Sudan. Dal rapporto annuale di Amnesty emerge una situazione disastrosa in Sudan, 33 milioni di persone che necessitano di aiuti umanitari, una carestia imminente, oltre il 70% delle strutture sanitarie distrutte e mancanza di personale medico. Preoccupa inoltre, il frequente uso della violenza sessuale come arma di guerra da parte delle milizie RSF, le rappresaglie nei confronti della popolazione attivista, il trasferimento di armi attraverso gli Emirati Arabi Uniti. Di fronte a questo scenario drammatico, assistiamo alla paralisi della comunità internazionale, che non agisce in maniera efficace e spesso rimane passiva, rendendosi complice di gravi crimini. Cosa possiamo fare? Non abbassare lo sguardo, mantenere alta l’attenzione sulla situazione della popolazione civile in Sudan, informarsi attraverso fonti attendibili, attivarsi firmando gli appelli e aderendo alle campagne di informazione e sensibilizzazione sulla situazione dei diritti umani, contribuire a fare pressione sui governi e gli organismi internazionali affinché le gravi violazioni dei diritti umani non restino impunite, perché sia ridata dignità alla popolazione del Sudan, ma anche giustizia.

Firma l’appello di Amnesty “Sudan: Embargo sull’invio di armi, ora!”

Articolo 2

Il nuovo isolamento di Cuba tra crisi energetica e umanitaria

Dai primi mesi del 2026 è in corso a Cuba una crisi senza precedenti. Blackout, mancanza di carburante, elettricità e insufficienza di cibo stanno generando delle vere e proprie crisi energetica e umanitaria.

Quanto sta accadendo nelle ultime settimane ha origini radicate nella storia del continente americano fin dagli anni ’60 e, con l’amministrazione Trump, la già spinosa situazione ha subito un’escalation vertiginosa.

Cuba negli anni ’60 scelse la via socialista e, all’indomani della rivoluzione, venne costruito un apparato di diritti basato su tre pilastri: l’alfabetizzazione, la sanità e la prevenzione, la distribuzione di alimenti e beni di prima necessità a ciascuna famiglia. La “raggiunta libertà” ha fatto però cadere Cuba nel cosiddetto “bloqueo”, l’embargo commerciale, economico e finanziario imposto dagli Stati Uniti. La prima amministrazione Trump, poi, introdusse nuove misure sanzionatorie unilaterali, tra cui l’inserimento di Cuba nella lista dei Paesi patrocinatori del terrorismo.

Da ultimo, l’attacco di gennaio 2026 al Venezuela da parte degli Stati Uniti rappresenta il culmine della repressione al popolo cubano: infatti il controllo statunitense sulle risorse petrolifere venezuelane e le ingenti sanzioni (240) a Cuba stanno impedendo l’approvvigionamento energetico dell’isola, generando una diffusa assenza di elettricità tra la popolazione e pregiudicando i servizi pubblici essenziali.

L’acqua potabile in modo regolare scarseggia; la raccolta dei rifiuti è gravemente ridotta, con quartieri sommersi dall'immondizia; i rifornimenti di carburante per gli aeromobili sono sospesi e rotte fondamentali vengono interrotte, isolando il Paese. Il diritto fondamentale alla salute è compromesso: mancano farmaci di base e dispositivi medici, manca la possibilità di sottoporsi ad interventi chirurgici e l’imminente arrivo della stagione degli uragani e le alte temperature incrementeranno il rischio di diffusione di malattie.

L'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani Volker Türk , che da mesi chiede la sospensione delle sanzioni imposte dagli USA, ha segnalato “un raddoppio della mortalità infantile a 9,9 per 1000 nascite" e "un calo dei tassi di sopravvivenza al cancro infantile dall’85% al 65%".

Sotto attacco è anche il sistema educativo per cui la crisi energetica sta impedendo anche il regolare svolgimento delle lezioni scolastiche, nonché il turismo, vitale risorsa per l’isola, ha subito negli ultimi mesi un crollo del 50% rispetto alla fine del 2025.

La paura che il sistema cubano possa collassare definitivamente è reale anche in considerazione delle dichiarazioni del presidente Trump, i cui interessi, dopo il Venezuela e l’Iran, sarebbero rivolti proprio verso l’Isola Caraibica.

Il rapporto Amnesty 2026 , oltre ad evidenziare la lesione dei diritti economici, sociali e culturali, denuncia una sistematica politica di repressione contro persone attiviste ed esponenti dell’opposizione politica, casi di detenzione arbitraria, spesso seguiti da sparizioni forzate, condizioni di detenzione disumane e casi di tortura a danno dei prigionieri politici.

E’ il momento che la comunità internazionale metta da parte l’indifferenza per lasciare spazio ad azioni concrete così da fornire all’isola e alla sua popolazione gli aiuti necessari. Così da ridare a Cuba la sua luce.

ISPI, Lo scenario politico a Cuba

Food Monitor Program - Cuba

Informes DDHH - Observatorio Cubano de derechos humanos

Articolo 3

«Bulli e predatori»: il 2025 raccontato dal Rapporto Annuale di Amnesty International

Le proteste soffocate nel sangue in Iran. Lo spazio civico che si restringe in Italia. Le politiche migratorie europee sempre più severe. In questi mesi le abbiamo raccontate come vicende separate, capitolo dopo capitolo. Poi, come ogni primavera, è arrivato il libro che ricompone i frammenti: “The State of the World’s Human Rights”, il Rapporto Annuale di Amnesty International pubblicato il 21 aprile 2026. Centoquarantaquattro paesi passati in rassegna, voce per voce, in quella che è la più completa fotografia annuale dello stato dei diritti umani nel mondo: il documento che tra qualche anno si aprirà per capire davvero che cosa è stato il 2025.

Il 2025, scrive la Segretaria Generale Agnès Callamard nell’introduzione, “sarà ricordato per i suoi bulli e i predatori”. Poche pagine, le sue, che valgono da sole la lettura: “voraci predatori hanno braccato i nostri beni comuni globali”, mentre l’ordine internazionale nato dopo il 1948 – “costruito lentamente e dolorosamente, anche se in modo insufficiente” – subisce “un assalto diretto alle fondamenta dei diritti umani”, condotto da stati potenti, grandi aziende e movimenti anti-diritti per controllo, impunità e profitto. La responsabilità, avverte Callamard, non è solo degli aggressori: “i leader mondiali si sono mostrati fin troppo sottomessi di fronte agli attacchi al diritto internazionale”.

Scorrendo le voci dei paesi, la diagnosi prende corpo. Il rapporto documenta il genocidio commesso da Israele contro la popolazione palestinese di Gaza, proseguito insieme al sistema di apartheid anche oltre il cessate il fuoco dell’ottobre 2025. In Ucraina, la Russia ha perpetrato crimini contro l’umanità attraverso sparizioni forzate, tortura e attacchi alle infrastrutture civili, mentre i conflitti in Sudan, Myanmar e Repubblica Democratica del Congo hanno continuato a mietere vittime tra i civili. Gli Stati Uniti sono responsabili di oltre 150 esecuzioni extragiudiziali compiute con attacchi aerei e, nel gennaio 2026, di un atto di aggressione contro il Venezuela. È la stessa logica che abbiamo visto all’opera in Iran, dove il regime ha risposto alle proteste iniziate a fine dicembre 2025 con un massacro di manifestanti, che il rapporto registra tra i fatti più gravi dell’inizio del 2026.

Poi si arriva al capitolo sull’Italia, e si legge d’un fiato, perché è la cronaca degli ultimi mesi vista allo specchio: la legge approvata a giugno che ha introdotto nuovi reati e pene più severe contro chi manifesta pacificamente, l’uso illegale dello spyware Graphite contro giornalisti e difensori dei diritti umani, le carceri sovraffollate e i decessi in custodia, i centri di rimpatrio con celle spoglie su cui a luglio la Corte costituzionale ha stabilito che la detenzione dei migranti violava principi costituzionali. E ancora: 1.195 persone morte nel Mediterraneo centrale, mentre a novembre veniva rinnovato il memorandum con la Libia nonostante le violazioni documentate. Sono gli stessi elementi che hanno portato, come abbiamo raccontato, al declassamento dell’Italia a paese dallo “spazio civico ostruito” , secondo Civicus Monitor.

Ma chi arriva in fondo scopre che il rapporto custodisce anche l’altra metà della storia. Il 2025 è stato l’anno della Generazione Z scesa in piazza in oltre dieci stati, delle circa 300 mila persone che a Budapest hanno sfidato il divieto del Pride, delle flottiglie salpate verso Gaza, dei portuali che in sei paesi europei hanno bloccato le navi cariche di armi dirette a Israele. Nel Regno Unito, 2.700 persone si sono fatte arrestare pur di opporsi pacificamente alla messa al bando dell’organizzazione Palestine Action. E la giustizia internazionale, per quanto sotto attacco, ha continuato a muoversi: le Filippine hanno consegnato l’ex presidente Duterte alla Corte Penale Internazionale.

È questo intreccio di denuncia e speranza a fare del Rapporto Annuale qualcosa di più di un documento: un compagno di strada per chi vuole capire il presente, da tenere a portata di mano e consultare ogni volta che una notizia chiede contesto e approfondimento. L’edizione italiana, curata come ogni anno da Amnesty International Italia, chiude con le parole con cui Callamard congeda il lettore, e che da sole riassumono il senso di tutte le sue pagine: “la storia non è solo qualcosa che viene fatto a noi. È anche qualcosa di nostro da realizzare”.

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